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Brigitte Kowanz è un’artista viennese che da quasi trent’anni lavora con la luce artificiale per creare suggestivi light box e sofisticate installazioni di stampo architettonico. Il filo conduttore della sua ricerca è un profondo interesse per il mondo della scienza: Brigitte è tra i pochi artisti che davvero interagiscono quotidianamente con fisici, neurologi e matematici trasformando i loro metodi e le loro scoperte accademiche in un linguaggio basato essenzialmente sui fenomeni della percezione dello spazio. Kowanz gioca con lo spazio, comprimendolo e dilatandolo attraverso sapienti giochi di specchi e di luci e mette lo spettatore di fronte a quel mondo tanto reale e scientificamente spiegabile quando magico e straniante.
I suoi lavori non giocano su facili effetti ottici, ma sui meccanismi della percezione fisica e neurologica che si attivano a partire dall’interrelazione tra lo stimolo ottico e i messaggi semantici che frequentemente scrive utilizzando tubi di neon piegati e poi frammentati e moltiplicati all’infinito attraverso la riflessione negli specchi attraverso i quali – più che mostrare allo spettatore se stesso – mostra la fragilità del concetto corrente di verità e invita a considerare la componente magica delle cose importante almeno quando quella fisica, concreta.
Non a caso Blast, uno degli studiosi che meglio la conoscono, parlando del lavoro di Brigitte Kowanz non ha potuto fare a meno di citare Adorno, secondo cui “l’arte è magia liberata dalla menzogna di dover essere verità”.
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