Al via i festeggiamenti per i dieci anni di vita della Targetti Light Art Collection, la collezione di opere d’arte realizzate da alcuni dei più affermati artisti internazionali e creativi emergenti utilizzando la luce artificiale come strumento espressivo e contenuto primario. Era il 1997 quando il critico d’arte Amnon Barzel, dando seguito a un’idea di Paolo Targetti, ha invitato artisti del calibro di Olafur Eliasson, Hidetoshi Nagasawa e Gilberto Zorio a realizzare su commissione dei light works.
Da quel primo nucleo di nove opere la collezione si è di anno in anno arricchita grazie al contributo dei lavori di altre art-star come Fabrizio Plessi e Anne et Patrick Poirier e di giovanissimi creativi provenienti da ogni parte del mondo, selezionati attraverso un concorso internazionale a cadenza biennale giunto ora alla fase conclusiva della sua quinta edizione.
Nel corso di questi dieci anni, la collezione – gestita e interamente finanziata dal Gruppo Targetti – è diventata una delle più prestigiose raccolte del mondo dedicate alla Light Art: alla prima mostra, svoltasi nella cripta della Basilica di Santa Croce a Firenze nel 1998, ha fatto seguito un’esposizione itinerante che ha toccato importanti musei internazionali come il Chelsea Art Museum di New York, il MAK di Vienna e il MUAR di Mosca e che presto proseguirà a Parigi, Copenhagen e Istanbul arricchita da un nuovo lavoro, realizzato su commissione da una delle più affermate light artist del mondo.
“Lighting” – questo il titolo dell’opera (nelle foto 1 e 2) – porta infatti la firma di Brigitte Kowanz, un’artista viennese che da quasi trent’anni lavora con la luce artificiale per creare suggestivi light box e sofisticate installazioni di stampo architettonico. Il filo conduttore della sua ricerca è un profondo interesse per il mondo della scienza: Brigitte è tra i pochi artisti che davvero interagiscono quotidianamente con fisici, neurologi e matematici trasformando i loro metodi e le loro scoperte accademiche in un linguaggio basato essenzialmente sui fenomeni della percezione dello spazio. Kowanz gioca con lo spazio, comprimendolo e dilatandolo attraverso sapienti giochi di specchi e di luci e mette lo spettatore di fronte a quel mondo tanto reale e scientificamente spiegabile quando magico e straniante. I suoi lavori non giocano su facili effetti ottici, ma sui meccanismi della percezione fisica e neurologica che si attivano a partire dall’interrelazione tra lo stimolo ottico e i messaggi semantici che frequentemente scrive utilizzando tubi di neon piegati e poi frammentati e moltiplicati all’infinito attraverso la riflessione negli specchi attraverso i quali – più che mostrare allo spettatore se stesso – mostra la fragilità del concetto corrente di verità e invita a considerare la componente magica delle cose importante almeno quando quella fisica, concreta. Non a caso Blast, uno degli studiosi che meglio la conoscono, parlando del lavoro di Brigitte Kowanz non ha potuto fare a meno di citare Adorno, secondo cui “l’arte è magia liberata dalla menzogna di dover essere verità”. |